L’assegno di mantenimento: le nuove regole applicate e quando bisogna valutare un accertamento patrimoniale?
15-02-2020

A distanza di 50 anni dall’approvazione della legge sul divorzio in Italia, uno degli argomenti più dibattuti resta quello dell’assegno di mantenimento, che rappresenta una forma di contribuzione economica il cui importo viene stabilito dal giudice. L’assegno consiste nel versamento di una somma di denaro da parte di uno dei coniugi in favore dell’altro in modo da provvedere al suo mantenimento e a quello di eventuali figli in adempimento all’obbligo di assistenza materiale che vincola marito e moglie nel matrimonio e che non si estingue con la separazione.

In sostanza, la cessazione di un matrimonio, in caso di separazione o divorzio, comporta per il coniuge il diritto a ricevere un assegno qualora “non abbia mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive”.

In questo caso, il giudice potrà imporre all’ex coniuge l’obbligo di versare un assegno periodico, la cui entità viene determinata tenendo conto di una serie di fattori tra cui i redditi delle parti coinvolte e i bisogni del coniuge più debole così da permettergli di mantenere un tenore di vita il più possibile uguale a quello di cui ha goduto durante il matrimonio.

La sentenza 18287 del 2018, ha stabilito, inoltre, che per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento devono essere valutate non solo le condizioni economico-patrimoniali di entrambe le parti interessate, ma anche il contributo che il coniuge richiedente ha apportato alla formazione del patrimonio comune e personale dell’altro.

Per poter approvare un assegno di mantenimento dall’importo adeguato, il giudice dovrà, perciò, avere ben chiara la situazione patrimoniale complessiva dei due coniugi attraverso un’accurata investigazione sulla loro capacità reddituale.

Di norma è il coniuge interessato a ottenere l’assegno di divorzio o quello di mantenimento per i figli che si preoccupa di dimostrare al giudice quale sia l’entità patrimoniale dell’altro soggetto coinvolto, ma tuttavia, può capitare che uno dei due si sottragga all’obbligo di fornire documenti esaustivi riguardanti la propria situazione economica.

In tal caso, la Cassazione ha stabilito che se nel procedimento di divorzio non emerge in modo chiaro la reale entità del complessivo patrimonio di un coniuge, il giudice può procedere ad accertamenti patrimoniali. In sostanza, il coniuge interessato ha diritto di richiedere l’avvio di indagini sulla capacità patrimoniale dell’ex partner e il giudice dovrà predisporre un’apposita procedura di indagini attraverso l’ausilio della polizia tributaria.

Per evitare sorprese in sede di giudizio, però, è fortemente consigliabile giocare d’anticipo così da smascherare il coniuge che abbia interesse a tenere segreta la sua situazione patrimoniale.

In questo caso, un lavoro preliminare di indagine patrimoniale per divorzio svolto da un investigatore professionale e competente può fornire le prove necessarie a dimostrare l’effettivo ammontare del patrimonio del coniuge inadempiente.

E anche qualora l’assegno di mantenimento sia già stato ratificato è ancora possibile ottenerne la revisione, riuscendo a provare che vi sia stato un obiettivo mutamento della situazione precedentemente accertata. Affidandosi a un detective privato si potrà avere la certezza di riuscire ad ottenere le prove di cui si necessita e risparmiare tempo prezioso, con la sicurezza che il costo dell’indagine patrimoniale svolta da un professionista venga ricompensato dalla nuova sentenza di mantenimento ottenuta.

Rivolgersi a Milano Investigazioni per le proprie indagini patrimoniali è il modo migliore per essere sicuri che il materiale venga raccolto in conformità con le normative attuali e che sia, perciò, effettivamente utilizzabile in sede di giudizio.