Diffamazione sui social network: quando e come affidarsi a un detective?
12-05-2021

In passato, si parlava di diffamazione soprattutto in relazione alla diffusione di notizie false o offensive attraverso i mezzi di comunicazione più diffusi, ovvero i media cartacei. L’era digitale, però, ha spostato molti equilibri portando alla necessità di stabilire anche il reato di diffamazione attraverso i social network. L’accesso al web ha consentito a tutti, non solo ai professionisti, di divulgare in rete ogni genere di notizia. Ancor di più con la nascita dei social network la questione si è amplificata, dal momento che tutti gli utenti hanno la possibilità di postare in rete e condividere contenuti di vario tipo e che interessano molte persone.

La diffamazione a mezzo stampa è già da tempo un reato punibile sul piano penale e per la quale sono previste sanzioni che vanno da multe molto salate fino alla reclusione in carcere qualora le calunnie abbiano gravemente compromesso il percorso di vita della persona offesa.

La legge in questione allarga, inoltre, il concetto di offesa alla persona, oltre la mera invenzione di un fatto non vero e denigratorio. Anche la diffusione di un’idea di comportamento o modo di essere che non rispecchia la verità può compromettere la reputazione del singolo agli occhi altrui. Quest’ultimo è un punto fondamentale che estende la diffamazione anche sui social network. Per far sì che il reato di diffamazione sussista, il fatto inventato e denigratorio deve essere pubblicamente raccontato ad altre persone.

Online, questa divulgazione non è soltanto palese, ma è potenzialmente più dannosa poiché quello stato, quel commento o quel feedback possono raggiungere un numero imprecisato di persone sicuramente più elevato rispetto alla diffamazione dal vivo.

 

Che significa diffamazione?

Il reato di diffamazione si consuma ogni qual volta un soggetto, comunicando con più persone, offende la reputazione di qualcuno. È un delitto contro l’onore disciplinato dell’art. 595 c.p., il quale stabilisce che: “se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro”. In questo modo tra gli strumenti di diffamazione vengono inclusi anche il web e i social network.

La parola hater,  ormai entrata a far parte dell’uso quotidiano, indica una categoria di utente, che nascondendosi dietro al presunto anonimato dei social network, ne utilizza strumenti come i commenti ai post per offendere persone di tutti i tipi.

Ogni giorno sono centinaia gli artisti, i politici o gli influencer che si ritrovano vittime degli haters, ma questo fenomeno è sempre più diffuso e colpisce anche tantissime persone comuni, afflitte dalle critiche gratuite degli odiatori da tastiera, presenti ormai in ogni fascia d’età.

Le offese, però, molto spesso trascendono, andando a colpire l’integrità della persona colpita con notizie inventate finalizzate a lederne la reputazione. Si tratta, in questo caso, di diffamazione vera e propria, che si configura anche quando viene esercitata nei confini virtuali di un profilo social.

Proprio in merito ai social network, una recente sentenza della Corte di Cassazione afferma che utilizzare una bacheca Facebook per diffondere un messaggio diffamatorio “integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, del codice penale  (link a: https://www.diffamazioni.it/diffamazione-su-facebook-i-rischi-dei-social/#:~:text=La%20giurisprudenza%20della%20Corte%20di%20cassazione,-La%20Corte%20di&text=In%20una%20sentenza%20del%202016,595%2C%20comma%20terzo%2C%20cod) poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone… né l’eventualità che fra i fruitori del messaggio vi sia anche la persona a cui si rivolgono le espressioni offensive consente di mutare il titolo del reato nella diversa ipotesi di ingiuria“ (Suprema Corte di Cassazione – V Sezione Penale Sentenza n. 40083/2018).

Il contributo dell’agente investigativo – smascherare gli haters e l’analisi reputazionale

 

Come difendersi, dunque, da chi utilizza il web, e i social che il web mette a disposizione, in maniera illegittima e diffamatoria? E, soprattutto, come assicurarsi che i trasgressori vengano puniti con le sanzioni previste?

 

Sono diversi gli strumenti a disposizione della parte lesa che può persino portare in tribunale il proprio diffamatore una volta raccolte le prove sufficienti. La raccolta di prove, però, può rivelarsi impossibile se non ci si affida al supporto di professionisti come i detective di Milano Investigazioni dotati di competenze specifiche in questo ambito.

Per riuscire a dimostrare di aver subito una diffamazione online è, infatti, indispensabile presentare in giudizio delle prove che non è facile recuperare poiché chi commette diffamazione spesso cancella i propri commenti o si adopera per far sparire ogni traccia delle sue azioni.

È qui che entrano in gioco gli investigatori privati più specializzati e che negli ultimi anni hanno avuto modo di approfondire sempre più le proprie conoscenze informatiche. È a detective professionisti come quelli di Milano Investigazioni, quindi, che ci si può affidare per ritrovare una traccia dei commenti originari risalendo alle prove delle azioni perpetrate ai danni della vittima. Inoltre, l’investigatore privato è in grado di individuare l’identità che si nasconde dietro falsi profili costruiti ad hoc per denigrare la vittima.

L’Agenzia Milano Investigazioni mette a disposizione dei propri clienti anche un’analisi reputazionale (link a: https://www.milanoinvestigazioni.eu/category/faq/) a sostegno di chi sia stato vessato o sia vittima di diffamazione a mezzo web. Il servizio di analisi reputazionale è utile a valutare se ci sia stata o meno una lesione alla reputazione della vittima di diffamazione, sia essa un’azienda o una persona fisica.

La raccolta attenta e specializzata di prove da parte dei detective potrà così iniziare ed essere presentata in tribunale in maniera ufficiale, garantendo per il colpevole una punizione adeguata al danno.